Cinque anni sono abbastanza per guardarsi indietro e cercare di capire come mai continuiamo a credere a un’idea folle, ma giusta. Folle come il Festival del Cinema Veramente Indipendente, la nostra piccola, bellissima, creatura che ci ostiniamo ad amare a rischio di sembrare degli inutili cazzoni sfigati.

In questi anni siamo stati tutto e il suo contrario: un festival di corti indipendenti (molto indipendenti, pure troppo), un’opportunità per giovani filmmaker, una serie di workshop gratuiti, la Corrida di Corrado, un momento di dibattito aperto, un deserto. Abbiamo conosciuto l’interesse della stampa, quella vera, quella che solo i vip sanno attirare. E infatti abbiamo avuto anche i vip, alcuni in grado di capire e altri meno, ad ogni modo abbiamo sperimentato anche quel tipo di successo. Certamente abbiamo visto passare centinaia di cineasti: giovani, vecchi e (quasi) bambini, alcuni bravi, altri meno, la maggior parte da rivedere, a volte dei coglioni totali. Qualcuno ha preso insulti, qualcun altro applausi, molti (speriamo) hanno capito qualcosa in più o sono semplicemente stati bene per un po’. C’è chi venuto per i film e chi per la figa (non molta in verità), chi perché credeva nell’idea e chi semplicemente aveva un parente tra gli organizzatori. Qualche attore fallito ha avuto un po’ di spazio, più di un barbone ha trovato un posto caldo per dormire e il cinema Trevi ha subito qualche rottura di coglioni in più.

A ben guardare, folle è un termine scorretto per una rassegna indipendente nata su una base puramente razionale:

  1. Se i criteri di selezione dei festival sono sempre, per forza di cose, opinabili, togliamo le selezioni e diamo spazio a tutti.
  2. Se vengono premiati film che non lo meritano, togliamo i premi, ma offriamo anche al primo stronzo che passa l’opportunità di vedere il suo lavoro al cinema.
  3. Se ad assegnare i premi è una giuria ancora una volta discutibile, via anche la giuria, in compenso ogni regista affronterà le critiche del pubblico fatto di autori come lui, gente comune e addetti ai lavori.

Insomma: se un festival giusto, democratico (scusateci per aver scomodato il termine) e veramente indipendente ancora non esiste, facciamocelo noi. Non c’è davvero nulla di folle in tutto questo.

Continuiamo a credere che la competizione non sia l’unica logica possibile alla base di un festival, che si possa fare una rassegna anche senza vincitori e che un criterio di uguaglianza non pregiudichi necessariamente la qualità.

Soltanto un po’.

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