Tanti anni fa, quando ancora ero un giovane che guardava al mondo con l’occhio umile di chi sa di non averci capito un cazzo, mi è capitato di incontrare un giovane cantautore, un po’ più grande di me, che odiava con tutto il cuore un altro cantante all’epoca emergente: Tiziano Ferro.

Adesso non che Tiziano sia mai stato il mio artista preferito, ma già allora percepivo che in quell’odio ci fosse qualcosa di sbagliato. Poi anni dopo ho capito che il mio giovane amico cantautore che suonava benissimo la chitarra, con un piglio blues alla Alex Britti e che aveva pure una gran bella voce (che qualcuno con infame ironia sosteneva somigliasse a quella di Tiziano Ferro), non odiava il cantante di Latina, semplicemente voleva essere lui.

All’epoca ovviamente ancora credevamo che Tiziano fosse un marpione che se solo ne avesse avuto la possibilità avrebbe scopato ognuna delle nostre fidanzate, prima singolarmente e poi in gruppo, e noi eravamo costretti e sentirle cantare le sue canzoni nelle nostre macchine, mentre ci andavamo ad appartare da qualche parte, nella speranza che poi lei, ispirata da così belle parole, decidesse di farci un pompino veloce. E questa associazione tra SereNere o RossoRelativo e pompini, è diventata talmente forte che nel tempo, con lo stesso riflesso studiato da Pavlov sul suo cane, Tiziano ha iniziato a piacere anche a noi e qualche anno dopo sono state le nostre ragazze a diventare gelose di lui e guardarlo con estremo sospetto.

Ma, come dicevo, all’epoca le cose stavano diversamente, e il mio amico cantautore odiava Tiziano e allo stesso tempo voleva essere Tiziano. Lo invidiava, perché in lui vedeva il successo, la fama, la gloria (la grana?), che sarebbero spettati a lui, e che invece avevano portato un giovane ex-ciccione di Latina nell’Olimpo dei famosi. E questo era di gran lunga più importante dell’essere un bravo chitarrista con una bella voce, circondato di persone che gli chiedevano “suonaci ancora quella!”

Così nel corso degli anni mi sono più volte interrogato sui sentimenti che abbiano ispirato il CVI Festival: l’amore, per il cinema, soprattutto quello indipendente, libero, portatore di novità; sicuramente una dose di rabbia, nei confronti di chi sta sfruttando questo tipo di cinema per i propri interessi e lo sta lentamente trascinando nella fogna delle logiche di mercato, dei soliti noti, delle solite vecchie quattro idee, banalizzando la novità, conformando l’originalità, commercializzando l’invendibile.

Ma c’è mai stata dell’invidia? Quella che provava il mio amico cantautore nei confronti di qualcuno che riteneva meno bravo di lui, meno meritevole di lui e che però a differenza di lui ce l’aveva fatta? Risponderei di no. Che il CVI non ha davvero niente da invidiare agli altri festival perché è talmente diverso, talmente innovativo, talmente senza paragoni, che al limite sono gli altri festival a doverci invidiare.

Solo che poi mi sono immaginato Tiziano Ferro, nel suo attico di Londra, su un letto di modelli creoli e olio d’oliva e ho pensato a quanto è inutile farneticare…

 

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