Un film di e con Sergio Rubini, uscito nelle sale nel 2009. Parla (fra le altre cose) di un capotreno di una piccola provincia pugliese che ha una grande passione per l’arte e si diletta nella pittura. Parla di come questa passione lo aiuti a sopravvivere alle piccole/grandi brutture quotidiane, alla mediocrità provinciale, alle incomprensioni familiari. Parla di come quella stessa mediocrità provinciale sia ostile alla sua passione, la trovi inappropriata per un impiegato delle Ferrovie. In particolare parla di come l’intellighenzia del paese, non le vecchie lavandaie ma proprio gli intellettuali, rappresentati dal professor Venusio e dall’avvocato Pezzetti, ridicolizzino i tentativi pittorici dell’uomo, e tentino di scoraggiarlo in ogni modo. Fino quasi a riuscirci.

Parla (forse) di come sia difficile tentare di fare arte, e in particolare cinema, in quella piccola provincia del mondo che è l’Italia. A meno che non si faccia parte di quella casta di “intellettuali” autorizzati a produrre, e non necessariamente per meriti artistici, ma più tristemente perché appartenenti a questo o quel giro, amici di, figli di, usciti da questa o quella scuola, e sempre comunque rispondenti a una particolare caratteristica: che quello che producono si possa vendere.

Adesso nel caso specifico de L’uomo nero il capotreno pittore era anche molto bravo, era persino “meglio di Cezanne”, mentre noi del CVI Festival sappiamo terribilmente bene che non tutti gli aspiranti cineasti sono meglio di Kubrick. La differenza è che noi, a differenza dei tanti Venusio e Pezzetti, dei tanti produttori o festival cosiddetti indipendenti (ma che invece seguono solo grette logiche di guadagno o lavorano solo per il proprio prestigio) una possibilità la diamo davvero a tutti. Qualche volta ne avremmo fatto volentieri a meno, altre volte siamo stati addirittura i primi a proiettare opere di registi che poi si sono rivelati davvero talentuosi.

Altre volte siamo stati soltanto gli unici a mostrare qualcosa che nessun altro avrebbe accettato, senza giudicarlo o senza necessariamente comprenderlo fino in fondo, ma semplicemente dando una chance anche al diverso, allo strano, allo straordinario, a tutto ciò che è fuori dal comune e che proprio per questo non può arrivare a tutti (e quindi essere venduto con successo calcolato), ma che fa parte comunque dello spettro dell’umana esperienza.

E scusate se è poco.

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